Il nuovo Cluetrain: quando il medium siamo noi

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Mike Licht, NotionsCapital.com

 

Il web non è un “medium”

19. Il Web non è un “medium”, nè più nè meno di una conversazione.

20. Nel web, noi siamo il medium. Noi siamo quelli che fanno muovere i messaggi. Lo facciamo con ogni post o retweet, ogni volta che inviamo un link con una mail, o lo condividiamo nei social network.

21. Ma a differenza di un “mezzo”, voi ed io lasciamo le nostre impronte digitali, e qualche volta segni di morsi, sui messaggi che passiamo. Diciamo agli altri perché lo stiamo inviando. Ci litighiamo, aggiungiamo una battuta, tagliamo le parti che non ci piacciono. Noi rendiamo questi messaggi più nostri.

22. Ogni volta che facciamo muovere un messaggio attraverso il web, porterà un po’ di noi con sè.

23. Noi passiamo un messaggio attraverso questo “medium” solo se ci interessa in qualche modo, in qualcuno degli infiniti modi per cui gli umani tengono alle cose.

 

I media siamo noi, dice l’ultimo aggiornamento del Cluetrain Manifesto in queste  tesi. Internet siamo noi. Lo sapevamo già da un po’, ma occorre forse una maggiore consapevolezza (e dunque responsabilità) delle implicazioni.
Il paradosso dell’esperienza individuale e del web ormai sempre più di massa, fa sì che nel diffondere “messaggi” noi competiamo con i brand per l’attenzione di un “pubblico”, nello stream infinito e continuo di aggiornamenti.

Ci comportiamo dunque come brand, seguendo un palinsesto: pubblichiamo decorazioni natalizie a novembre, calendari dell’avvento a dicembre, sfoggio di tavole imbandite a Natale e a Capodanno, per poi ricevere puntuale nell’inbox il 7 gennaio la mail dell’ecommerce  dal titolo “inizia a correre!”, e puntuali cominciare a scorrere i post sulle diete.

Non è una sorpresa ormai che molti individui sul web siano molto più professionali, nella gestione dei loro strumenti di comunicazione, di alcuni brand gestiti da community manager così immaturi da litigare con i commentatori come ragazzini permalosi.

Tornando allora al “paradosso dell’esperienza” nel web, credo che si tratti di questo: che un’esperienza ha un valore, anche di apprendimento, se profondamente personale, interiore e autentica, ma ormai un’esperienza vissuta solo interiormente, senza una foto condivisa e “liked” in real time, non è più tale. Immersi come siamo nel flusso, finiamo per premiare la massificazione e l’omologazione. Seguiamo i temi dominanti. Per poter comunicare le nostre esperienze singolari, le rendiamo plurali, vogliamo che siano parte dell’esperienza collettiva, e quindi usiamo codici condivisi e facilmente riconoscibili per raggiungere quanto più “pubblico” possibile.

La forza di gravità del web, che il nuovo Cluetrain glorifica, ci attrae gli uni verso gli altri in un modo tale per cui si dimentica il senso positivo e il valore istruttivo della solitudine. Questa è forse la perdita più grande dell’età che stiamo vivendo.
Eppure, l’aspetto positivo è che quando alcune esperienze superano la soglia di condivisione di una piccola community/nicchia, e cominciano a diventare mainstream, il marketing dei brand, ma anche quello che tutti noi facciamo ogni giorno, possono giocare un ruolo positivo per amplificarle.

Ma questo sarà argomento di un altro post…

 

 

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