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Il senso delle relazioni e del business NON cambia nel digitale

francavaleri

Il mondo digitale non è che una gigantesca lente di ingrandimento, che si parli di reputazione personale o corporate.

Quando agiamo o non agiamo, parliamo o tacciamo, come attori del web stiamo portando inevitabilmente il nostro stile personale in quello che facciamo (o omettiamo), ma mentre solo dieci anni fa la cerchia di persone su cui avevamo un impatto era più o meno ristretta, ora è potenzialmente vastissima e ci espone a prime impressioni, a giudizi e a pregiudizi che si evolvono / si consolidano nel tempo.

Sono infatti dell’idea che il tempo resti il fattore più importante.

Sì, anche nel web, anche se vogliono farci credere che tutto in questo web sia rapidissimo ed effimero, da cavalcare con opportunismo. Instant marketing, yeah, stai sempre sul pezzo, mi raccomando, così sì che sei un figo.
Ma la reputazione è come un iceberg che si è formato attraverso un lento sgocciolamento fin dalle prime impressioni e interazioni, in cui non conta tanto cosa fai o dici ma come fai sentire gli altri, fino a creare una larga base di fiducia (o sfiducia, ahimè), che si trova ben sotto la linea di galleggiamento, bel più in fondo di quello che è superficialmente visibile.

Vediamo, per esempio, alcuni modi di intendere due aspetti fondamentali di un’attività professionale o imprenditoriale. Aspetti che alla lunga si definiscono chiaramente.

  1. Coltivare le relazioni:

Portiamo nel digitale il nostro modo di intendere le relazioni professionali e personali. Il piccolo particolare in più è che gli scambi che intratteniamo sono visibili a tanti, a molti di più di quanto riusciamo realmente a immaginare. Questi scambi sono influenzati inevitabilmente dal nostro modo di usare le relazioni:

  • Visione chiusa, feudale, di cordata – dove le intromissioni e le proposte esterne vengono rimbalzate con cura e pochi noti perpetuano e rafforzano i loro legami
  • Visione aperta e collaborativa – dove le idee hanno tanto più valore quanto più provengono dall’esterno, da qualcuno che non si conosceva prima

Non mi dilungo sulle due situazioni perché credo anche voi le abbiate ampiamente sperimentate e conosciute. Voglio solo sottolineare che la gratificazione per me più bella è quando mi capita di creare connessioni inattese tra persone che sento che potrebbero condividere qualcosa, o quando un altro fa lo stesso con me, presentandomi a qualcuno e dicendogli: “credo proprio che tu debba conoscere Flavia perché….”
Questi sistemi aperti che moltiplicano e non limitano le relazioni non sono una caratteristica astratta del web come descritta dagli evangelisti entusiasti della prima ora (forse diventati un po’ meno entusiasti nell’ultima ora) ma solo una caratteristica di alcune persone che lo usano – bene. Per quelli che lo usano invece per crearsi un loro piccolo sistema di potere, il web può essere l’ambiente più chiuso, snob e conservatore che esista.

Con un sistema aperto ho creato almeno il 90% di questa redazione, che continua infatti ad essere aperta a chiunque voglia proporsi e sia veramente bravo. E ugualmente con un sistema aperto, una grande azienda che ha avviato un suo programma di open innovation ha raccolto alcune informazioni fondamentali su di me e sulla mia idea di business, mi ha messo in contatto con i responsabili del programma, ha promesso un feedback indicandone i tempi.

2. Avere un senso del business

Questo può essere rivolto a:

  • Svendita del valore
  • Creazione del valore

Anche in questo caso abbiamo tanti di quegli esempi sotto agli occhi, che è superfluo dilungarsi troppo.
Nel primo caso l’obiettivo del business è fare tanti soldi nel minor tempo possibile, nel secondo caso è dare delle risposte, delle soluzioni, con un’attenzione al dettaglio che faccia la differenza, è insomma perseguire una missione e una visione.

Non esiste un unico modo di fare business e sarebbe assurdo ricondurre sempre (come tanti fanno) tutte le attività di marketing alla “cieca logica del profitto”. Esistono dei principi anche e soprattutto nel business, e il marketing è solo l’ultimo miglio di un percorso che è iniziato molto prima: creazione d’impresa, cultura del management, strategie di crescita.

Prendiamo lo stile del management Melegatti: se hai poco gusto (la confezione Scanu), se dai la colpa ad altri (la fantomatica agenzia, vorremmo capire ch i è), se per risolvere un problema cerchi di imbrogliare con trucchetti di bassa lega (il direttore marketing in persona ha commentato facendosi i complimenti), Facebook è l’ultimo dei tuoi problemi.


In conclusione…

Non è vero che il web impone un determinato modo di comportarsi, che il figo deve stare sul pezzo con le cose giuste e i suoi tanti amici giusti, e lo sfigato è chi non ci riesce.
Il web magnifica la tua visione delle relazioni e del business: quindi fa’ in modo che sia la tua e che sia di valore. Non sentirti obbligato a usare le espressioni e le usanze di corte.

Vi sembra troppo antica come interpretazione? Sono qui, parliamone.

Molti consulenti – e loro giovani emuli – pensano che il messaggio da dare ai loro poveri clienti disorientati sia: dimenticate il passato, il business e la comunicazione come la concepivate prima non esiste più, ora c’è Internet. Nello scardinare tutto quello che si riteneva alla base di un’attività di impresa, stabiliscono il loro “feudo”, il loro sistema di potere: “questo lo posso fare solo io che ne capisco”.

Il messaggio corretto sarebbe: studia ancora meglio il management, il marketing, la comunicazione, dai un senso forte al tuo esserci e comunicare. Perché con il web e i social le tue lacune nella tua cultura di management saranno sotto la lente di ingradimento molto presto. Al post carino sui social ci pensiamo poi.

ps. Ho usato l’immagine di Franca Valeri perché – in molti non lo ricorderanno – era la testimonial di Melegatti negli anni ’80, e perché lo stile è qualcosa di intramontabile, che non cambia nonostante sia cambiato il linguaggio del web. Il più grande errore di business e di marketing è dimenticarselo.

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