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LA PRATICA DELLA FANTASIA

28-Gennaio-2010 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: Comunicazione - Innovazione Visualizzata 131 volte

Ultimamente ho molto riflettuto su un argomento affascinante: la creatività, cioè la capacità della nostra mente di pensare in modo alternativo, esplorando concetti e idee fuori dai sentieri già battuti.

La tesi di fondo è che la capacità di inventare storie, di comunicare in modo efficace, e la capacità di trovare nuove soluzioni pratiche a dei problemi (quindi inventare prodotti, servizi, o semplicemente seguire le nostre soluzioni e non quelle altrui) hanno tutte il medesimo fondamento, seguono gli stessi percorsi mentali. Per arrivare a questa conclusione è bastato, in effetti, mettere sulla scrivania due libri. Il primo è  "La grammatica della Fantasia" di Gianni Rodari, un evergreen che ci insegna come inventare storie per bambini e nutrire la loro (e la nostra) immaginazione. Il secondo è "Creatività e pensiero laterale" di Edward De Bono, guru dell'innovazione - il tutto unito a un bel po' della mia esperienza pratica sui temi, appunto, della creatività e dell'innovazione come anima del marketing.

Le assonanze tra le skills del pensiero laterale e l'arte di inventare storie sono impressionanti. La fantasia, esercitata in qualsiasi campo, segue delle strade precise, ha delle tecniche, che si rafforzano con pratica e allenamento. Non è proprio quello che ci aspetteremmo, influenzati come siamo dalle storie delle illuminazioni improvvise dei grandi inventori. Ma mentre l'intuizione improvvisa è senz'altro possibile, esistono dei modi abbastanza struttrati e disciplinati per spianarle il terreno, allenandosi a liberarsi dai modelli pre-confezionati che ci limitano la vista.

Da dove iniziare? Non avrò una pretesa di completezza in una materia tanto vasta, quindi mi limiterò ad alcuni esempi significativi, su cui tornare in seguito.

 Le tecniche di brainstorming o "generazione di idee" sono numerosissime: quello che mi interessa qui è quanto siano simili (in molti casi identiche) alle tecniche di immaginazione narrativa descritte da un maestro come Rodari. Le agenzie di innovazione si fanno pagare per ispirare i manager con esercizi come questi, quando basterebbe esercitarsi ad inventare le storie della buonanotte...  Cominciamo da un paio di tecniche dai nomi diffili. Il primo nome è il gergo delle agenzie creative, il secondo la definizione di Rodari.

Random links o il "binomio fantastico"

Questa tecnica ti costringe a cercare connessioni con e tra persone, oggetti, posti, immagini, presi a caso. Lascio la parola a Rodari: - il tema fantastico nasce quando si creano accostamenti strani, quando nei complessi movimenti delle immagini e delle loro interferenze capricciose, si fa luce una parentela imprevedibile tra parole che appartengono a catene differenti. (...) La parola "agisce" solo quando ne incontra una seconda che la provoca, la costringe a uscire dai binari dell'abitudine.

Così come nell'esempio di Rodari il connubio casuale tra un "cane" e un "armadio" può dare il via una serie di situazioni fantasiose (un signore torna a casa e nell'appendere la giacca trova un cane.. apre un cassetto, e c'è un altro cane.... da dove arrivano?, cosa vogliono?, etc etc), così chi cerca nuove idee per un cibo per cani può riempire una pagina partendo dall'associazione casuale con la parola armadio. (E non cuccia, che appartiene alla stessa famiglia/catena logica del cane). Per esempio... una confezione che si apre con due piccole ante e contiene 7 cassettini di croccantini dai gusti misti, ogni giorno della settimana basta tirarne fuori uno. Se il connubio non è abbastanza fertile, i partecipanti al brainstorming si getteranno su un'altra parola vista su un giornale, e così via. Lo scopo è diverso (insegnare ai bambini le possibilità della fantasia, creare nuovi prodotti stupidi per cani) ma la tecnica è la stessa. L'effettiva utilità delle idee di marketing è un'altra storia, che verrà raccontata un'altra volta, se avete un po' di pazienza. Qui si parla solo di come nascono queste idee...

Deprivation o la "sottrazione creativa"

"Cari partecipanti alla ricerca di mercato xy, grazie per la vostra disponibilità ed ecco il vostro compito. Per una settimana dovrete vivere senza PILE. Per favore eliminate tutte le pile che avete in casa, telecomandi, rasoi, bilance, orologi, tutte, e tenete un diario delle vostre azioni e dei vostri sentimenti. Quali soluzioni avete adottato? Come vi siete sentiti?" (ricerca che si è svolta davvero, non invento niente). Per "negazione", i fabbricanti di pile potrebbero scoprire alla fine di questa ricerca un sacco di insight interessanti. Io vorrei invece che i fabbricanti di giocattoli trovassero un'alternativa alle pile perchè, vi giuro, sono troppe e non ce la faccio a starci dietro. A proposito di elogio della pigrizia, io non le sostituisco più. Chiusa parentesi.

Ed eccovi la stessa tecnica applicata da Rodari: "Come sarebbe il mondo senza lo zucchero? E se scomparissero tutti i cappotti, cosa succederebbe? E se scomparisse il colore rosso?" Ecco lo spunto per una bella storia della buonanotte. Un po' inquietante forse? ma ridere delle proprie paure non è decisamente terapeutico?

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Tag: Talking village Creatività Innovazione Brainstorming Inventare Storie La pratica della fantasia
Leggi la notizia - Commenta la notizia (4) Ultimo commento il:04/02/2010 09:48:40

 
 

LA STORIA DI UN PAYOFF

13-Gennaio-2010 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: Comunicazione Visualizzata 642 volte
 
Partiamo da quello che di solito si mette alla fine: il payoff.
Il payoff (o selling line) è quella frase riassuntiva che si definisce come "un insieme memorabile di parole che cattura e incorpora l'essenza di un beneficio (per un prodotto), o più in generale di una singola idea". Per un giornalista, si trova all'inizio: il payoff è il titolo più l'occhiello, è il succo della storia. Per un blogger è il suo banner, che deve dire in immagini e parole "chi sono, cosa scrivo, perchè" - per esempio questo mirabile e fulminante "Meglio un blog oggi che un Prozac domani": quando l'autrice ha provato a cambiarlo, azzardandosi a spiegare che ormai era entrata in una fase della vita diversa, ha ottenuto una ribellione di massa ed è tornata saggiamente sui suoi passi. Le ho spiegato che lei (o meglio il suo blog) era diventato un brand: i brand si evolvono e si tengono al passo coi tempi, ma i grandi payoff, quando sono davvero grandi e risuonano profondamente nella gente con i loro valori chiave, restano.  Cosa molto importante, l'idea contenuta in un payoff deve essere "single minded": unica e semplice. Se cerco di dire tre cose, non ne rimane nessuna. 
 
Il payoff inoltre deve essere stimolante, deve ispirarci. Come? Agganciandosi alle nostre emozioni, facendole risuonare, vibrare. Anche il payoff più creativo e provocatorio non serve a niente, non stimola nè ispira se non racchiude una storia emotivamente interessante, come ci dimostrano le tante pubblicità o le tante notizie che ogni giorno passano inosservate. Dunque ancora una volta, l'importanza delle storie.
Ho già notato, come raccontavo qui, che quando racconto delle storie riesco a interessare e a coinvolgere le persone molto di piu' di quando comunico una serie di fatti, o numeri, o informazioni. Di solito sono storie di difficoltà superate, di sentimenti forti che connettono le persone, di soluzioni creative che fanno una differenza.
Le storie offrono molteplici ganci emotivi a cui ognuno attacca i propri pezzetti di esperienza, e sono questi ganci che le rendono memorabili. Inoltre rappresentano per il nostro cervello una specie di simulatore, per cui chi "riceve" il racconto è tutt'altro che passivo: quando leggiamo un libro ricreiamo nella nostra mente ambienti e situazioni, ci immedesimiamo con i personaggi, ci chiediamo cosa faremmo in quella situazione, e così via. Lo stesso quando un amico o un collega ci racconta un aneddoto particolarmente divertente, significativo o istruttivo: partecipiamo.
 
Le storie servono anche all'interno delle aziende. Gli autori di "Made to stick", tra l'uso di formulazioni strategiche astratte e generali (per esempio "il nostro obiettivo è offrire un livello insuperabile di servizio al cliente") e una storia concreta (per esempio "un commesso ha riscaldato l'auto della cliente mentre faceva shopping") raccomandano fortemente quest'ultima, per quanto a un manager abituato a parlare in termini strategici possa sembrare ridicolo. Il motivo è che mentre si può sempre ricavare il significato, la "morale" o la "strategia" insita in una storia concreta, non si puo' quasi mai fare l'inverso, e quindi una strategia rimarrà lettera morta nella testa di chi ascolta il discorso di fine anno del CEO. Le storie ancorano un concetto astratto ad una concreta realtà sensoriale, ci insegnano qualcosa dandoci esempi tangibili, meglio ancora se estremi e inusuali - così come si diceva a proposito dell'apprendimento dei bambini. Il nostro cervello funziona ancora così.

La semplicità e la concretezza del linguaggio rendono le storie condivisibili, mettono chi comunica e chi ascolta sullo stesso piano.
 
Guardate questo esempio e diteci cosa ne pensate. Pare che sia nominato come miglior video del 2009.  E' la storia che c'è dietro quel famoso "Keep Walking". Cosa significava prima quella frase, quel payoff e cosa ricorderete ora, dopo aver visto il video?
 
Fonti
 
 
 
(Johnnie Walker - The Man Who Walked Around The World)
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Tag: Talking village Storytelling Payoff Keep Walking
Leggi la notizia - Commenta la notizia (9) Ultimo commento il:21/01/2010 17:25:59

 
 

IL SONDAGGIO FUTURE FORMAT DI GDO WEEK RETAIL

7-Gennaio-2010 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: Retail - Trends Visualizzata 350 volte
Per chi aveva partecipato a questo sondaggio, qui su The Talking Village, a proposito del nostro punto vendita ideale e dei suoi perchè, ecco il magazine in cui sono comparse le nostre opinioni, insieme a quelle di molti altri personaggi: giornalisti, sociologi, calciatori... E così mi avete fatto guadagnare anche una foto tra di loro, e una citazione di questo blog. Grazie!
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Tag: Talking village GDO Week Future Format
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ETHIC AWARD 2009, IL VIDEO

5-Gennaio-2010 | Autore: Flavia Rubino
 
 
Dopo una interessante discussione sugli stili di vita sostenibili che si era svolta qui, e dopo aver partecipato alla cerimonia Ethic Award 2009 rappresentando qualcuna di quelle opinioni (mi vedete infatti tra i blogger intervenuti alla discussione preliminare), volentieri vi segnaliamo il video di sintesi della serata e il resoconto di questo articolo.
 
Ne approfitto per augurare a tutti un anno di successi... sostenibili (che in questo caso significa duraturi!)
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Tag: Talking village Ethic Award 2009
Leggi la notizia - Commenta la notizia (1) Ultimo commento il:08/01/2010 17:29:05

 
 

I NOSTRI AUGURI

1-Gennaio-2010 | Autore: Giuliana Laurita

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Tag: Talking village
Leggi la notizia - Commenta la notizia (2) Ultimo commento il:08/01/2010 23:34:34

 
 

A COSA SERVONO LE CONVERSAZIONI: IL TEAM BOPPY CI AGGIORNA

16-Dicembre-2009 | Autore: Giuliana Laurita
Argomenti: Case-Histories Visualizzata 489 volte

Abbiamo ricevuto un'email da parte del team Boppy, con il quale abbiamo lavorato lo scorso luglio, in cui ci aggiornano su cosa ne è stato dei contenuti della conversazione con le mamme-tester del cuscino da allattamento. Noi, ovviamente, ne siamo felici, e pubblichiamo subito, perché chi ha partecipato all'iniziativa abbia la certezza che è servito davvero.
Ecco cosa ci dicono i nostri amici.
 
 
Care Mamme ed amiche di The Talking Village,

eccoci qui nuovamente! Oltre ai soliti piccoli problemi quotidiani legati alla maternità, immaginiamo che siate anche voi alle prese con pacchi e pacchettini in questo periodo…
 
Vi scriviamo perché ci terremmo a dirvi che non vi abbiamo dimenticate in questi mesi! Anzi! Abbiamo letto i vostri commenti, fatto tesoro degli spunti che ci avete fornito per migliorare Boppy e non solo!
 
Come vi avevamo già anticipato, le foderine stampate che vestono il nostro Boppy sono adesso in 100% cotone, per garantire al vostro piccolo un sostegno ancora più confortevole ed igienico… ed abbiamo introdotto anche dei nuovi colori! Potete così sbizzarrirvi a personalizzare il vostro cuscino con la fodera che più rispecchia il vostro gusto.
 
Grazie ai vostri suggerimenti, per il 2010 stiamo studiando con la nostra agenzia una nuova campagna stampa su pagina singola, rinunciando alla “mamma pettinatissima e perfettissima” (non avete idea di quante risate ci siamo fatti leggendo il vostro commento), utilizzando invece l’immagine con il tema “nido – cuscino” proprio perché a nostro parere esprime meglio il concetto di “primo nido a forma d’abbraccio”, ma anche perché proprio il nido è per definizione un luogo caldo, accogliente, fatto per le coccole, esattamente come il nostro Boppy!
 
E’ stato davvero importante per noi ricevere i vostri commenti sul mondo Boppy, sentire proprio da voi Mamme quello che è necessario per migliorare il nostro prodotto, perché in fondo Boppy stesso nasce dall’intuizione di una mamma, Susan Brown, per risolvere quei piccoli problemi quotidiani legati all’allattamento.
Non vi preoccupate, vi terremo informate sulle novità legate a Boppy!
 
Il Team Boppy
 
P.S. Una piccola sorpresa: cogliendo il vostro spunto sulla possibilità di avere una borsa in un materiale alternativo al PVC, stiamo studiando internamente un nuovo prodotto legato al mondo Boppy che possa però sfruttare la possibilità di avere un nuovo formato di confezione! E questo ancora una volta grazie a tutte voi…   
 
 
E grazie anche al Team Boppy!
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Tag: Talking village Boppy Case history
Leggi la notizia - Commenta la notizia (5) Ultimo commento il:23/12/2009 12:42:43

 
 

L'ASCESA DELLA VERA MAMMA

15-Dicembre-2009 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: Comunicazione - Trends Visualizzata 645 volte

Quello degli stili materni, e più in generale degli stili di vita femminili, è uno dei cambiamenti sociologici più potenti che ci siano in atto. Chi si occupa di marketing sa che i primi a cogliere i segnali del cambiamento di un "target" (qui nel Village questa parola verrà sempre usata tra virgolette...perchè non crediamo nei target passivi ma negli utenti attivi), per poi tradurli in opportunità di business per i loro clienti, sono le grandi agenzie di Advertising. Per esempio, circa 15 anni fa una famosa agenzia presentò a noi del marketing della Procter & Gamble Italia la famosa Generation-X (di cui indubbiamente facevo e faccio parte, avendo tra i 30 e i 44 anni, ma ahimè passata ormai nella seconda decade). Uno degli spot-simbolo di quella generazione che ci venne mostrato era la Coca Cola Light, che allora ci sembrava molto divertente. Si parlava di donne in carriera, emancipazione e sovvertimento dei ruoli. Da giovane assistente commentai un po' scettica e un po' timida: mah, a me sembra che mostrare uno stereotipo "al contrario" significhi pur sempre convalidare lo stereotipo. Ma non sapevo bene, neanch'io, cosa volessi dire.

Ebbene quindici anni dopo, dopo aver deciso di chiamare un sito "VereMamme: mamme che sanno cosa vogliono", dopo aver preso atto della rivendicazione/aspirazione sempre più forte da parte delle donne a creare il loro successo senza replicare forzatamente dei modelli maschili, dopo aver parlato di empowerment in molti modi, penso di aver colto un po' di più di quel significato: e ora mi conforta addirittura un articolo di Advertising Age, la Bibbia dei pubblicitari americani. E' uno studio che si intitola guarda caso "The rise of the real mom", cioè "l'ascesa della vera mamma" (o mamma vera, minuscolo, che è una traduzione migliore ed elimina un po' il rischio di essere prese per presuntuose), ed esplora "quello che le donne vogliono in materia di famiglia, vita e lavoro nel 21° secolo". Perchè dopo la Gen-X, sono arrivati i Millennials (18-30enni), e un po' di cose stanno cambiando.

Ecco alcuni insights fondamentali per capire queste evoluzioni (per una lettura completa rinvio al pdf sopra, in inglese):
  • "Avere tutto" non significa "fare tutto". Mentre fino a dieci anni fa l'ideale a cui aspirare si personificava in una "Supermom", in grado di far quadrare alla perfezione famiglia e carriera, la nuova generazione è pragmatica e realista, non ricerca la perfezione che ha angosciato la vita di tante, e proprio per questo non vuole soccombere alla trappola delle rinunce.
  • "Permission to be imperfect". I prodotti che vogliono parlare con le nuove mamme devono dimenticare una volta per tutte il linguaggio dei sensi di colpa e abbracciare il linguaggio dell'empowerment. Un esempio? Fammi sentire in grado di delegare questo compito a qualcun altro (o a qualcos'altro), e non farmi sentire in dovere di fare "la brava mamma".
  • Molto più che mamme: le Millennials vogliono essere persone autentiche e donne dagli interessi molteplici, che vanno ben al di là del loro ruolo di nutrici. Quante volte lo abbiamo detto, che l'etichetta di mamma ci va stretta? Siamo tutte diverse. "Non diteci chi siamo, non diteci cosa pensiamo". Dateci soluzioni che ci permettano di dedicarci a quello che noi riteniamo importante, piuttosto che farci lezioncine su quello che per noi deve essere importante. Chiara la differenza?
  • Work-life effectiveness invece di Work-life balance. Mentre "l'equilibrio" (balance) evoca acrobazie impossibili (come ben sa PiattiniCinesi), il concetto di organizzazione efficace tra vita e lavoro è  più concreto, si basa su delle scelte individuali (essere empowered significa scegliere, non subire), e sulla consapevole gestione del costo-opportunità di quelle scelte. Chiara la differenza rispetto al concetto di "rinuncia?"

Insomma, sembra che questi studi colgano dei punti molto importanti. Sarà interessante vedere chi e come li tradurrà in una comunicazione moderna, in una semantica femminile nuova, in questo paese solitamente ritardatario come il nostro (con un eufemismo condiviso nel settore, quando noi marketers italiani parliamo con i colleghi stranieri, diciamo: "sai, siamo tradizionalisti").

 

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Io non sono quella lì

L'empowerment materno e il nuovo marketing

Il marketing della conversazione e le mamme

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Tag: Talking village
Leggi la notizia - Commenta la notizia (4) Ultimo commento il:17/12/2009 11:19:38

 
 

ANOBII, IL TARLO DELLA LETTURA, O COME TRASFORMARE I BIT IN ATOMI

9-Dicembre-2009 | Autore: Giuliana Laurita
Argomenti: Comunicazione Visualizzata 681 volte
More about aNobii
È nato un libro molto particolare, perché raccoglie recensioni di altri libri. E già qui. Il fatto è che le recensioni sono quelle scritte da una community di lettori, aNobii.com.
I membri di aNobii annotano ordinatamente le loro letture in librerie che possono essere visitate dagli altri, e danno voti ai libri, e li commentano. Questi commenti poi vengono a loro volta votati da quelli che passano di lì, e le recensioni più votate sono quelle visualizzate per prime nella pagina dedicata al libro. In breve, rating e review: economia della reputazione.
 
Ma se gli esempi più illustri di questo genere di economia si trovano nelle dot.com classiche (Amazon e eBay, solo per fare due nomi), aNobii ha fatto il passo in più: ha portato questa logica, sotto forma di contenuto statico, offline. Ha trasformato i bit in atomi. Con un risultato straordinario: un grande storytelling collettivo intorno all’esperienza di lettura.
 
Rating e review
Bella l’idea, ma da dove cominciare? Sono stati scelti i 100 libri più presenti in aNobii in un momento dato (che in questo caso era prima dell’estate 2009), e di questi sono state pubblicate le 5 recensioni più votate. Semplice, matematico, così non litiga nessuno. Il panorama risultava però un po’ troppo mainstream, e allora sono state aggiunte 100 bonus track, 100 libri meno presenti e però altrettanto interessanti, giusto per dare una vista anche su altri angoli della community – meno battuti ma non per questo meno degni di nota.
 
Storytelling
Le recensioni degli aNobiani sono spesso dei racconti dell’esperienza di lettura, oltre che commenti ai libri. È chiaro: l’aNobiano non è un critico letterario di professione, mediamente, quindi gli interessa condividere con autentico spirito comunitario, e se questo passa attraverso spericolati percorsi cittadini sui mezzi pubblici o reportage accurati sulle colonne sonore da associare allo scritto in questione, pace. O forse tanto meglio. Il risultato è una sorta di playlist di libri e di esperienze, appunto, che va oltre l’elogio e la stroncatura, perché diventa vita vera. Che in un Paese che legge poco o punto non fa mai male.
 
Online o offline?
Qualche giorno prima dell’arrivo del volume in libreria i commenti già fioccavano fitti. Uno degli argomenti sollevati era: ma perché dovrei comprare dei contenuti che posso leggere gratuitamente su internet?
 
Non saprei, a me viene in mente solo una risposta: perché un libro è un libro, e il fatto che i suoi contenuti siano disponibili altrove non necessariamente scoraggia l’acquisto. Pensiamo alla musica online: posso scaricarmela dalla rete, ma se un artista mi interessa davvero è assai probabile che mi comprerò il suo CD. Insomma, anche se il mezzo non è del tutto il messaggio, è indiscutibile che supporti diversi creino fruizioni diverse, a parità di contenuti.
 
Portare fuori dalla rete
Trovo che il libro di aNobii sia un’operazione culturale importante: dice a chi non vive in rete e di rete che Internet è molto altro e anche di più che bullismo, pedofilia e terrorismo. Fa portare a casa, a chi non vive in rete e di rete, un pezzo di rete, in una forma molto più familiare. In altre parole, propone un modello culturale sostenibile, rispetto a internet e a chi la vive come una minaccia.

E, dall’altra parte, mette in condizione chi dona il suo tempo (e i suoi pensieri, e la sua esperienza) alla rete di vedere oggettualizzato il frutto di tutto ciò, anche quando manca la luce. Non è bellissimo?
 
Per tutto questo, e per la passione che ci hanno messo, un grazie alle persone che lo hanno pensato e che ci hanno lavorato. Incarico Barbara Sgarzi, al secolo Blimunda, curatrice del libro, di girare i complimenti.
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Tag: Talking village
Leggi la notizia - Commenta la notizia (6) Ultimo commento il:14/12/2009 13:19:09

 
 

L'ECONOMIA DELLA REPUTAZIONE

30-Novembre-2009 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: reputazione - sostenibilità Visualizzata 340 volte

Identità e reputazione

Tra le forme di collaborazione tra utenti e fornitori che il Web ci mette a disposizione, opportunità attualissime per chi le sappia capire profondamente nei principi ed  attuare nella pratica, c’è un meccanismo dal significato ben più profondo del passaparola. Sto pensando al meccanismo delle review e dei rating.
L’incontro di domanda e offerta che da sempre caratterizza tutti mercati, si realizza oggi in nuovi modi: una spinta sociale sempre più forte fa sì che le due curve (domanda e offerta appunto) si incrocino non solo sul piano a due dimensioni dove il prezzo e la quantità mettono d’accordo chi offre e chi compra, ma anche su un terzo piano dove la reputazione, un’ulteriore dimensione intangibile, le fa effettivamente incontrare.

Insomma, molto banalmente: tu potresti anche avere esattamente quello che cerco, nella quantità e qualità che voglio, al prezzo giusto per me, ma se qualcuno mi ha detto che sei un mascalzone difficilmente comprerò da te. Ognuno porta con sé un capitale di valori e di comportamenti socialmente apprezzabili, una reputazione sociale insomma, e questo influenza in modo determinante il suo potere contrattuale. Avrete visto le raccomandazioni su LinkedIn, per esempio. Si distinguono subito quelle solo di forma e cortesia, da quelle vere, sentite. L’importanza della reputazione non è certo una scoperta recente, ma il web può agire su questa dimensione con effetti notevoli, molto evidenti e molto veloci anche per le grandi corporations, a causa della vasta partecipazione e socialità dei suoi strumenti. Ma la cosa ancora più interessante che voglio sottolineare qui è che nascono nuovi modelli di business interamente basati su questo.

Questa idea di “capitale reputazionale” porta con sé molte implicazioni sia micro che macroeconomiche. Per darvene un’idea vi cito gli studi di Adam Arvidsson.

Questo professore, che ho avuto modo di ascoltare tempo fa, ha detto che “la prossima economia sarà un’economia etica non più basata sul lavoro, come è stata l’ultima economia capitalistica, ma sull’abilità di costruire relazioni sociali eticamente significative” E ha raccontato che sono in corso esperimenti su modelli di ethical economy in cui i “key stakeholders” delle aziende danno una serie di ratings, e questi contribuiscono a formare un indicatore complessivo del “valore etico-sociale” di quell’azienda, che diventa così un vero e proprio indicatore di performance.
 
Qual è il valore aggiunto di una marca in questo momento storico in cui i consumatori stessi producono (storie, servizi, canali alternativi di comunicazione)? E’ il valore etico della relazione, è la costruzione di relazioni sostenibili in una comunità produttiva che si riunisce intorno a dei valori. Quei valori diventano la loro motivazione principale a partecipare allo scambio. E gli attori che forniscono le risorse e le capacità per aggregare le comunità che creano questo capitale di scambio, creano a loro volta valore economico. Questi sono dunque nuovi modelli di “economia reputazionale” e non sono utopie, sono già tra noi: mi sembra veramente affascinante.

Tornando a noi utenti: ovviamente l’esempio più famoso di questo meccanismo nel web è eBay. Ma date un’occhiata qui, per esempio: Couch surfing – a better world, one couch at a timemette in contatto chi vuole viaggiare low cost saltando da un luogo all’altro, con chi offre un posto sul suo divano. Grazie al sistema di rating, più guadagni reputazione, più ti sarà facile viaggiare.

Concludendo: quando un Marketing Manager (o il titolare di un bar, fa lo stesso) si pone come obiettivo “il passaparola sul web” non ha affatto soddisfatto il primo requisito che deve avere un obiettivo per costruire un piano: essere specifico. Tutti vogliono il passaparola, ma di che tipo? “positivo” “voglio che parlino bene di me” E sì, grazie tante. Ma di cosa vuoi che parlino, con quali valori vuoi coinvolgerli, e con quali meccaniche? (per favore smettetela di dire “ingaggiarli”, engage vuol dire coinvolgere, non ingaggiare. Ingaggio una comparsa in un film o un killer, non una persona di cui ho bisogno di conquistare e mantenere la fiducia). Insomma: quale capitale reputazionale vuoi incrementare e con quali strategie? Se il vostro prodotto o servizio può trovare un terreno fertile nelle review degli utenti, il consiglio è di sfruttare questa opportunità al massimo, dal semplice rating al racconto dettagliato dell’esperienza che si è vissuta. I viaggi ne sono un classico esempio.

Se avete dei bei casi di attività web che vi hanno colpito, basate sulle review degli utenti che creano capitali di reputazione, segnalateceli .
 
 
articolo originariamente pubblicato su Online Marketing Blog
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Tag: talking village l'economia della reputazione
Leggi la notizia - Commenta la notizia (1) Ultimo commento il:30/11/2009 22:39:21

 
 

FUTURE FORMAT: IMMAGINA UN PUNTO VENDITA

20-Novembre-2009 | Autore: Flavia Rubino
Argomenti: Retail - Trends Visualizzata 1583 volte

Dalla redazione di GDO Week, testata de Il Sole 24 Ore Business Media, che ha organizzato Ethic Awards e mi ha gentilmente invitata alla cerimonia di premiazione tenutasi un paio di giorni fa, mi arrivano oggi tre domandine fresche fresche.

1. Qual è il tuo store (per chi non ama gli anglicismi, punto vendita) preferito?
2. Perchè?
3. Quali sono le sue caratteristiche vincenti?

La  risposta sarà pubblicata su un numero speciale di Layout, che insieme a Gdoweek si occupa di punto vendita. Questa edizione è denominata Future Format e parla di format di vendita del prossimo futuro. Saranno ospitati i lavori esclusivi di studenti che presentano modelli per nuovi store, mentre alcuni 
opinionisti - sociologi, registi,blogger, giornalisti, artisti - raccontano i loro negozi preferiti.  Data di invio delle risposte: mercoledì mattina della prossima settimana (25 novembre). 
Siccome credo che il futuro lo pensiamo insieme (e magari poi ci segue), vi invito a rispondere con me. Può trattarsi di uno store italiano o straniero, food o non food, potete citarne anche due, insomma massima libertà di espressione: raccontateci qui nei commenti, senza essere telegrafici ma neanche troppo lunghi, un'esperienza di acquisto che vi piace e perchè, e noi sintetizzeremo e invieremo il nostro punto di vista alla redazione.  
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Tag: Future Format Punto vendita Esperienza d'acquisto
Leggi la notizia - Commenta la notizia (13) Ultimo commento il:15/12/2009 10:35:06

 
 
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